venerdì 29 maggio 2015

Commento alla lezione 18 B del 13-05-2015: "MODELLI 3 - EVOLUZIONE DEL CONCETTO DI MODELLO DA ALEXANDER KLEIN A UNSTUDIO"


Ben van Berkel
Sicuramente Ben Van Berkel è una personalità centrale per capire le problematiche legate alla connessione dinamica delle informazioni, però ci arriviamo attraverso un discorso teorico, che affronta più in generale il tema d’interesse per la cultura architettonica, cioè come la cultura architettonica nell’ultimo secolo ha tentato di avere degli approcci metodologici, degli approcci che guidassero in qualche maniera la progettazione, lo sviluppo del progetto, attraverso la dichiarazione di alcune metodologie. La parola "modello" in questo caso si estende nella parola "metodologie", è come se si volessero modellare dei principi.
Adesso facendo un percorso di tipo storico, si propongono 4 tipi di modelli per entrare un pò nel ragionamento di come questa problematica sia andata evolvendo, e in questo contesto li chiamiamo "modelli decisionali", o "approcci metodologici". Perché utilizziamo la parola modello? Perché a questo punto ci interessa creare una sovrapposizione tra l’idea di "modello dinamico/informatico" come lo spreadsheet, e l’idea che in realtà gli architetti hanno usato anch’essi dei "modelli decisionali", quindi si sovrappone il termine perché lo mettiamo in un ambito unico.

1° APPROCCIO: OGGETTIVO
Nella prima fase dell’affermazione del Movimento Moderno, i CIAM, il funzionalismo, l'architettura funzionale degli anni ‘20, questa architettura era estremamente legata a un pensiero di  tipo positivista, cioè a un pensiero in cui la scienza era portatrice di avanzamenti certi, il progresso era un dato certo e scontato, e la capacità della nuova architettura di affrontare anche temi della casa per tutti, popolare, era un allargamento della capacità di rispondere a tanti ambiti della società, in stretta relazione della capacità pratica legata al mondo dell’industria. Tutto questo mondo vuole trovare applicazione in approcci di tipo metodologico, vuole formare una metodologia che possa guidare questi processi, quindi rifiuta metodologie precedenti, come canoni Beaux Arts, quindi stilistica, o forme preconfezionate tipologiche in cui inserire il progetto. Tutto questo fu respinto, invece per cercare modelli decisionali molto più vicino al pensiero basato sulla filosofia del positivismo. Quindi la parola chiave è oggettivo, da Neue Sachlichkeit.
Hannes Meyer, Hans Wittwer, Petersschule, Basilea, 1926
Si cerca di oggettivizzare i bisogni, le necessità, e le funzioni tendono ad essere oggettive. Cosa vuol dire? Cercare di categorizzare bisogni e funzioni, rese chiare, quindi valide per un grande numero di persone, quasi la totalità, fortemente legato allo standard. Si basa su un’interpretazione della realtà a qualcosa che si basa su scelte della progettazione. Cosa succede dal punto di vista pratico? Si rendono oggettivi i dati della popolazione, i numeri più ricorrenti. Quanti sono gli abitanti? L’appartamento tipo della famiglia tipo, che si può in qualche modo rendere oggettivo. Lo stesso approccio che si ha nella creazione delle automobili, basate su alcune astrazioni della realtà che diventano oggettive. In questo contesto c’è un grande sviluppo della manualistica, ci sono i primi manuali. Si fissano dimensioni, standard e caratteristiche, primo fra tutti il Neufert degli anni ’30, comporta scelte tipo, tutto categorizzato: si rendoo oggettive prima le necessità e poi le scelte. L’oggettività si esplica nel rendere omogenee le necessità, standardizzarle, farle diventare simili a un annuario statistico, e dall’altro fornire gli  elementi chiave con le decisioni. Da una parte i dati dei manuali, dall’altra strumenti intermedi che aiutino a formulare questo tipo di scelte. I criteri classici sono le categorie della zona giorno e zona notte. Altre sono l’orientamento solare, organizzato su dati eliotermici, altri la distanza ottimale tra edifici, la minimalizzazione delle funzioni, zone servite e zone serventi, sono categorie che aiutano a formulare oggettivamente queste scelte. Il tutto è collegato da queste scelte di tipo oggettivo, supportato da questi manuali, si rivelarono in scelte formali, che implicitamente si generarono dai diagrammi organizzativi di queste scelte.
Ville Radieuse, Le Corbusier, 1924
Questo tipo di pensiero ha rappresentato una grande rivoluzione progressista, perché è un approccio che ha eliminato e aggiornato un modo di fare architettura appartenenti ad altre coordinate. Generazioni di architetti si sono formati all’interno di questi sistemi, come la generazione degli anni ’70, quello era il sistema, l’unico, sono scelte concatenate.  Due simboli sono: il Neufert, e l’altro Alexander Klein, che nel gruppo razionalista tedesco, ha elaborato questa serie di principi di organizzazioni, ecc… Il diagramma a blocchi è il simbolo di questa operazione. Cioè l’idea di poter scindere l’oggetto nelle sue componenti funzionali, un po’ come una fabbrica in cui ci sono una di serie l’altra, input/output, era il modello principale di organizzare queste funzioni, che anticipa che la forma dell’architettura somigli a questo diagramma. Si è abbastanza sicuri di questo approccio, sono passaggi concatenati. Non ci sono salti, sono note le funzioni, sono chiare e concatenate. L’esito è autogeneratesi dalla logica stessa, non ci si chiede che forma deve essere una biella, perché nasce dall’ottimizzazione della sua funzione. E’ un processo tutto lineare. Si è costruita la città post-bellica con questo modello.
Pianta Bauhaus, Dessau
Affiancato a questo modello ci sono i regesti tipologici. Cioè dei libri che presentano una serie di esempi, fatti con questi categorie, che presentano queste funzioni, alla fine degli anni ’30. Questo è il modello tipicamente industriale, in cui gli architetti sapevano perfettamente come procedere. Oggi gli architetti si domanderebbero, con certo sgomento, in alcuni casi siamo stati immersi in questo modello decisionale, con poche variabili. Invece le cose sono cambiate parecchio. Non che non ci siano approcci metodologici, anzi ci sono eccome, ma cambiano gli strumenti, il mondo, le parole chiave. Quindi il modello decisionale che usa il BIM non è quello che usava Klein. Oggi esiste l’approccio metodologico, il problema è capire com’è quello di Koolhaas, Gehry, Van Berkel.

2°APPROCCIO: PRESTAZIONALE
Standard urbanistici prescrittivi
Già più vicino a noi. Qual è la cosa drammatica di questo approccio? In cui uno ancora vive nella quotidianità degli architetti. La cosa brutta di questo approccio è che si trasforma in leggi e regolamenti. Se questi hanno avuto visione positivista, in un’altra fase diventano fortemente negativi. Soprattutto se si sovrappongono meandri di regole su regole, funzioni su funzioni, leggi su leggi, la cosa si complica. Come dire la casa-tipo deve evadere: 9mq, distanza di 5m ecc… Mentre in una fase avevano carattere di tipo positivo, con gli anni l’accumularsi queste regole oggettive ha creato la difficoltà di riuscire a creare spazi di qualità, diventano costrittivi piuttosto che qualitativi.
Perché negli anni ’60, con la figura di ChristopherAlexander, nascono i primi congressi più evoluti per creare scelte, mondo più artificiale, più complesso di quello lineare degli anni ’30. Si comincia a riflettere sul concetto di prestazione. Cioè piuttosto che prescrivere attraverso un dato una certa situazione, io dico: "attraverso quella porta ci devo passare", ma non dico le dimensioni, cioè ne faccio un discorso prestazionale. Si muove il ragionamento sulla prestazione piuttosto che la prescrizione del dato oggettivo. Si pensi a cosa significhi questo sul piano costruttivo. Pilastri di almeno 30x30, armati cosi, e poi magari cascavano uguale. Invece ora si deve dimostrare che la prestazione riesce a resiste a carichi di questo tipo, ecc… Il cambiamento di questa idea comincia negli anni ’60 da parte di Christopher Alexander.
Alloggio tipo, da manuale Neufert
Che cosa è successo? Un sacco di cose. Dal punto di vista del metodo e degli strumenti, il pensiero informatico, cibernetico, più attento ai sistemi, comincia a essere presente, e nasce l’idea che io posso specificare attese prestazioni di un dato sistema, e questi sistemi di ricerca possono trovare la soluzione ottimale in questi alberi di prestazioni e requisiti. Molto diverso da prescrizione-manuale-esito, dalla idea di prestazione ospitata. Quindi il metodo cambia, si apre un ventaglio che fa riflettere sul fatto che in fondo posso giocare su un numero estremamente più ampio di casi e alternative: fare un villaggio indiano è diverso da un complesso residenziale in Svizzera, quindi le scelte sono diverse. Quindi si comincia a riflettere che molti approcci sono caso per caso, variabili, e allo stesso metodo esiste una metodologia per navigare all’interno di questo albero di scelte. Inizia il calcolo automatizzato. L’anima che batte è sempre funzionale, ma da oggettivo si passa a prestazionale, si amplia e si complessifica.

3° APPROCCIO: STRUTTURALISTA
Verso gli anni ’60 altro approccio, livello decisionale, strutturalista, ma non nel senso della struttura, ma guarda al pensiero di Lèvi Strauss, un antropologo che è stato molto popolare negli anni ’50. Ma che centra l’antropologo ora? Centra perchè molti aspetti della filosofia dell’arte si intrecciano tra un campo e l’altro, e in fondo è il modello come modo di guardare la realtà è implicitamente trasformabile tra un campo all’altro, molto più naturale di quanto possa sembrare. L’idea della costruzione di un’interpretazione della realtà ha la forza di andare a incrociare altri campi originariamente. La matematica è la classe principe di creazione dei modelli astratti. Tornando a questo ragionamento, Claude Lèvi Strauss, elabora le famiglie e elabora questo modello strutturalista riassumibile in cui esistono delle organizzazioni sociali delle famiglie, esistono strutture principali, e all’interno di queste strutture principali al cui interno esistono miriadi di variazioni. E un’idea molto forte dell’antropologia strutturale.
Filosofia Strutturalismo
Cosa vuol dire questo? Pensando alla struttura della famiglia, si pensi che possa esistere la famiglia con genitore padre, non solo è sempre esistita, ma esiste in qualsiasi cultura. Invece no. Basta andare altrove dove esistono i clan, famiglie pluriparentali, con 4/5 mogli, ecc… si scopre che ci sono altre strutture. Perché si usa il termine struttura? Si vuole sottolineare l’impalcatura base, sotto la quale ci sono miriadi di variazioni, quindi la struttura moglie/marito biparentale è solo una delle tante sottoclassi. E’ interessante andare in quei luoghi dove convivono strutture differenti, come in America, dove vivono i neri e bianchi, in cui la struttura è matriarcale. Perché questo ragionamento? Si tende a muovere l’attenzione anche nel campo del design si possono fare scelte di diverso livello. Primo livello, in cui agiscono sulle strutture,  e che questo campo possa consentire un numero molto esteso di nozioni. Molto importante quando affrontiamo problemi di grande complessità e grandi numeri. Esempio: se ragioniamo con famiglia tipo, edificio tipo, bisogno tipo, il risultato è la creazione di quartieri tutti uguali, massicci. Ancora più massiccio quando a questo si aggiunge la prefabbricazione, di alcuni componenti, e addirittura parte tridimensionali. Quindi quando negli anni ’60 ci si è trovati di fronte a questi problemi di prefabbricazione, la gente comincia a cercare altri modelli decisionali, altre scelte. Proprio attraverso questo tipo di ragionamento nasce questo approccio strutturalista, perché ha a che vedere con la filosofia strutturale. Uno dei teologi e architetti che ha lavorato a questo è Habrakean, dalla scuola olandese. Come Aldo Van Heyk, e Hermann Hertzberger.
Diagoon Houses, Hermann Hertzberger, Delft
Lui spinge dal punto di vista teorico. Dividiamo le scelte che creano la struttura del progetto, e capiamo che all’interno di quelle scelte posso operare numerose variazioni. Quindi l’esito è razionalmente garantito da queste operazioni, ma allo stesso tempo ci sono miriadi di variazioni compatibili all’interno della struttura. Quindi la Ford T, sempre nera, ora ne posso decidere alcune componenti fondamentali, però ora mi consente variazioni del modello entro certe limiti. Lui chiama “scelte di primo livello” “supports”, che non rappresenta il livello strutturale, e le altre le chiama "variations" o "partner"s. Nel ’79 comparve questa metodologia. Esempio: progetto Saggio anni ‘80. Cosa fa vedere la tavola? Le scelte di primo grado: decisione di una certa campata, decisione di un blocco che teneva gli impianti, e fasce in cui si potevano avere delle variabili. Si danno le regole della famiglia tipo, dopodichè si “gioca” creando tutte le possibili variazioni all’interno dello stesso schema. Quindi si ragiona a fasce variabili, ma compatibili alle regole di primo livello. Quindi varie famiglie generate dallo stesso concetto. Questo ragionamento era un’ibridazione di sistemi oggettivi e prestazionali, su cui il Prof. ha lavorato molto. Non solo a livello del blocco edilizio, ma anche all’urban design. Si fissava un blocco, e come accoppiarli si potevano ottenere forme urbane sempre diverse, controllando la densità urbana, e numero di abitanti e spazio utilizzato. Sia configurazione strada che funzione piazza.

4°APPROCCIO: DIAGRAMMATICO
Stazione Arnhem, UNStudio, diagramma
Terminata la "preistoria" con i 3 approcci, ora ci muoviamo nel contemporaneo, sul modello diagrammatico. Per mettere al centro il concetto di diagramma che è completamente diverso dagli approcci precedenti. Mentre il concetto di diagramma è uno dei concetti più importanti di travaso tra sistema informatico e sistema progettuale, e estremamente dinamico, ed è la prefigurazione come se fosse un foglio elettronico o uno spreadsheet, un artefatto che contiene regole e possiamo giocare con variazioni dinamiche, nel senso che è il processo è dinamico. Non è la prefigurazione di un’idea formale, ma di un processo. Gli strumenti informatici gli servono a realizzare quello che è contenuto in uno schizzo: l'Auditorium Disney come ali margherita, o Vuitton come insetto che batte le ali, Casa Spiller faccia con capelli in testa, quella è la prefigurazione di un’immagine finale, come faceva Gehry. Invece nella "logica diagrammatica" la forma finale non è prefigurata nella stessa maniera, ma si determina un campo di forze entro le quali la partita viene giocata. Forze topologiche. Il grande passo è che l’approccio è intrinsecamente dinamico: 1 – entra il computer; 2 – uso dinamico dei dati. Succede che fino a questo punto questi approcci sono quelli descritti, mentre adesso dobbiamo andare dritti alla definizione di modello inteso di termine scientifico. In Eisenman si trova molto questo approccio nella sua prima fase. Cosa vuol dire seguire un processo diagrammatico? Casa Guardiola ? In che senso Eisenman non è oggettivo? Fa una casa partendo dalla divisione zona giorno/notte? Scelte primo livello/famiglie? No. E’ diverso e serve la parola diagramma in un campo di forze giocabili. Il diagramma è giocato dall’oscillazione di 2 quadrati, e il campo di questi generano forze, originano serie di possibilità, in cui nei vari piani si concretizzano come fatti reali o virtuali/potenziali. Determinano un campo di forze che determinano le scelte della casa. La cosa che implicitamente capiamo è che noi possiamo giocare con infinite forme completamente diverse, basta cambiare una variabile in un'equazione e cambia la forma e il risultato, ma il meccanismo è sempre uguale.
Casa Guardiola, Eisenmann, diagramma
Serve capire le regole di un’opera, per giocare infinite partite  per assolvere a determinate esigenze del luogo, in funzione, ma seguendo la stessa logica e stesso processo. La cosa drammatica è che se uno guarda la cosa dall’esterno, senza guardare la cucina, si tende a dare giudizi e osservazioni sconcertanti per banalità. La cosa banale è che invece essere dritta è storta. In realtà qui proprio il metodo è diverso, avviene un salto di approccio. Cosa succede qui? La creazione di un diagramma. Edificio preesistente che va a zig zag, e Eisenman deve fare un aggiunta. Cosa fa? Fa questa bizzarra cosa, facendoli vibrare entrambi, e lo attacca a quello, poi l’edifico preesistente. Poi le fa vibrare, quindi genera un campo di forze possibili, dato dall’edificio preesistente e dato dall’edificio. Cosa succede? Determino una serie di campi possibili che è come se fossero, come se cambio alla formula di partenze, tante variabili diverse. Il risultato è avere un sistema di controllo, che controlla sia addizioni all’edificio preesistente, e la stessa cosa all’edificio nuovo, e queste oscillazioni consentono di avere diverso soluzioni  nei vari piani. Queste linee forza si trasmettono anche all’esterno, organizzano gli spazi esterni, diventando percorsi, aggetti, scarti, campi verdi. Questo processo non è comprensibile senza la parola diagramma. Questa non è una tipologia: che cos'è?
Tra la fine anni ’90, fino alla realizzazione di Santiago de Compostela questo ragionamento è molto forte nel pensiero di Eisenman, quindi attraversa anche il dibattito architettonico. Tutto questo ha un parallelo filosofico-scientifico. In particolare i filosofi della ricostruzione, come sistema astratto, ha affascinato molto il dibattito filosofico.
Quando lui fa le cose appena viste, che sono diagrammi, la domanda è: sono scrittable o non sono scrittable? Sono potenzialmente, ma non lo sono realmente! Non sono fatti in Grasshopper ma sono fatti a china, perché non c’era la tecnologia, non era praticabile, cioè farli con Grasshopper significa fare una cosa con script. Altra cosa è fare questa cosa indicando questo campo di forze, che poi il progettista deve farlo. Diagramma come qualcosa che i punti più avanzati della cultura arrivano, mentre entrando nello script entriamo in una parola intrinsecamente informatica. Il diagramma può non avere un’implementazione di script, cioè il diagramma può vivere da sè, mentre lo script ha bisogno del diagramma, che ne indica la strada.
Moebius House, UNStudio, diagramma
Van Berkel è un personaggio centrale per quanto riguarda il diagramma, fino al capolavoro della Mercedes Benz. 5 parole chiave su Van Berkel, a partire dal "diagramma" fino ad arrivare ad “ibridazione”.
Come approcciamo questo ragionamento, e perché il diagramma diventa uno strumento che consente un livello di architettura molto appartenente alla nostra cultura e ai nostri mezzi, ed è l’unica opera che può essere messa al confronto col Guggenheim di Bilbao, capolavoro della fine del secolo scorso. In quel caso la presenza dell’informatica serve per ottimizzazione, si riesce ad ottenere quel livello attraverso le varie categorie, ma in qualche maniera sotto Gehry non c’è il diagramma ma lo schizzo. Poi viaggia attraverso variazioni, ma a partire da una tendenza di forma. In Van Berkel è proprio il diagramma la presenza generativa. E’ un "architetto nato col computer" a differenza di Gehry, è un concetto un po’ forzato ma rende l’idea. Nelle pagine di Sollazzo, in stretto rapporto con lo studio, sono presenti ragionamenti che muovono sullo studio del lavoro: tema dell’intreccio. Dal punto di vista geometrico si dà una topologia particolare, cioè un insieme di relazioni particolari, in cui il simbolo chiave è l’anello di Moebius, è l’emblema. Spesso lavora col sistema dell’intreccio, con forme che si avvolgono su se stesse, che rimandano a forme di Herscher, ma soprattutto l’anello di Moebius. Leit motiv particolare.
Mercedes Benz, UNStudio, diagrmma
Nasce da questo diagramma la Mercedes Benz Museum. Che configura un sistema trilobato, che si avvolge su un centro. Perché è un diagramma e non è la prefigurazione di una forma? Perché questo diagramma, un po’ mutatis mutandi, apre una gamma di possibili scelte. Da che cosa dipendono? Da moltissime cose. Dipendono dalla possibilità di spazi, funzioni, di variare circolazioni, sempre legate da questo sistema generativo. Questo è fortemente possibile perché siamo in ambito informatico, e ha strumenti pratici che appartengono al Building Information Mobility (BIM), che tratteremo al 6° ciclo. Come questo diagramma iniziale si reifica in una serie di variazioni, che si basa su un edificio verticale. A ogni piano, a ogni situazione, posso decidere di intrecciare questi 3 lobi nella maniera che io preferisco: facendo diventare solaio, facendo diventare vuoto, intrecciando questi fili. Abbiamo visto il caso di Eisenman, ma questo è il capolavoro degli anni 2.000, sul livello del Guggenheim. Entriamo dentro vedendolo in termine realistico. Una cosa importante di come si faccia a realizzare il diagramma, è come si costruisce questo sistema? Il passaggio costruttivo, è un sistema che posso costruire, e affianco c’è il discorso organizzativo e distributivo. Come fa? Dal punto di vista distributivo la fa con la conquista del centro, già visto in Gehry.
Mercedes Benz Museum, UNStudio, Stoccarda
Dal punto di vista costruttivo, si basa su una struttura in cui l’anello centrale è circondato da elementi portanti, che rappresentano il tronco centrale, che assorbe il sistema dell’edificio, che trova appoggio sull’esterno nei singoli lobi. In realtà cosa succede? Che siccome ogni piano varia sia come organizzazione che come spazialità, non dobbiamo immaginarlo come sistema trave-pilastro, ma queste forme variano all’interno di queste regole, cioè il solaio, la trave varia per ogni piano, all’infinito ipoteticamente. Quindi ogni singola sezione di questa struttura è calcolata in ogni sezione e struttura, quindi è possibile solo attraverso l’informatica. L’idea del diagramma? Si ha un’unica equazione che determina le scelte, mentre in Gehry ha una serie di equazioni parallele. Dal punto di vista costruttivo cosa cambia? La negozia con le altre componenti del progetto, quindi la struttura non ha una sua ragion d’essere. Invece qui siccome è intimamente collegata, ogni pezzo è anche reificazione del diagramma, nell’altro caso sono equazioni parallele. Qui ogni pezzo è reificazione del diagramma, che è equazione di base, non è la solita struttura trilitica, ma anche in un piccolo pezzo ritrovo il diagramma di base. Ecco perché la struttura in Van Berkel “è bella”. Posso fotografare la sua struttura per un suo pezzo, ed è bello, perché portatrice del diagramma, porta il codice genetico, diciamo, mentre in Gehry usa mezzi tradizionali, ed èe questa la differenza enorme.
Foyer Mercedes Benz Museum
Stessa cosa avviene col sistema organizzativo/distributivo. Riesco a fare il diagramma perché ho questi due sistemi. Conquista del centro. Qual è la prima idea? Il centro non va occupato. Né dal punto di vista visuale, e secondo il centro funzione se i sistemi di collegamento sono periferici. Il centro ai lati, ci sono 3 blocchi, che forniscono la distribuzione ai vari piani, e fungono da scale antincendio, e metto dentro i servizi. Una volta fatto questo ho il cuore del diagramma. Ho reificato il diagramma come strumento possibile di sviluppo. Come la faccio la negoziazione? Cosa succede, come differenzia? Che posso andare da uno all’altro dei tre lobi giocando con le differenze dei piani, in diversi collegamenti. La visita dell’edificio parte dall’alto, come il Guggenheim di Wright. A ogni piano variano questi passaggi? Perché sono percorsi espositivi di raccordo, non sono sistemi duri di organizzazione, a volte sono doppi livelli, a volte tripli livelli. Perché variano, perchè possono variare? Perchè il "core" l'ho già risolto. Perché allo stesso tempo sono distributivi e sono strutturali. In alcuni casi abbiamo dei veri e propri solai inclinati. Anche il solaio diventa un pezzo di diagramma, quasi ogni parte ha un pezzo di DNA del diagramma. Questo è l’edificio? No. Ora entriamo dopo aver capito le regole fondamentali.
Sezione del Twist in cantiere
La prima cosa che si coglie, è che bisogna un attimo parlare della Germania, e perché è diventato il centro dell’Europa dopo il 1991. Dopo la caduta del Muro di Berlino, 1.989, stava col sedere per terra, con la popolazione arretrata sotto tutti i punti di vista. Si fecero delle scelte per unificare il paese e diventare grande faro dell’innovazione e dell’impegno. Alcune scelte sono strutturanti, come nell’istruzione. Qual è la sua particolarità? L’università è pubblica e gratis, al contrario dell’America, qui si ha senso del sociale e dello stato. Non hanno buttato a mare col sistema industriale, ma interfacciando col sistema innovativo, con sistemi propulsivi, interlacciandoli, evolvendo, trasformandolo. Uno dei simboli di questa operazione sono i musei dell’automobile. Si  perché sono più di uno: Porsche, BMW, Mercedes, Audi,Volkswagen, ecc... Sono luoghi di mixitè, dove si trova da una parte decantazione del museo, ma dall’altra c’è tutto il resto della mixitè: è una mini città che ha come parola chiave, come "driving force", il brand specifico.
Mercede Benz Museum, esterno
E’ fortemente regionalizzata la Germania, cioè tutto il paesaggio dipende da questo brand: Stoccarda=Mercedes, su tutto il paesaggio si riverberano intorno. Questo viene vinto il concorso da uno studio da poco formato, di nuova generazione, non come Gehry. L’edificio si siede su una grande superficie in cui avviene una serie di cose: ha una serie di buchi che vanno sotto, ha superficie a piazza e ha un grandissimo sottosuolo. Iniziamo dal sottosuolo. Ci sono ristoranti di vario tipo. I materiali già rimandano ad un mondo metallico, e il bambù e la canapa intrecciata non è che ci starebbe troppo bene. Allestimento con rampe e macchine appese in verticale. Si prende l’ascensore e si arriva in alto.
Mercede Benz Museum, interno percorso
Spazio centrale a ghianda, ma in realtà è difficile andare fuori dalla cupola, cioè spazio centrale: creano un serie di layer. Luce – tensostruttura – marchio Mercedes. Il marchio rappresenta un valore iconico nel programma. Cioè riesce ad avere anche un livello comunicativo in questo caso. Si parte dall’alto: in realtà i 3 lobi ciascuno è tematizzato. Prima parte una certa fase storica. In un altro punto monumentalizzano la macchina, storica e il simbolo. Alcuni percorsi anulari e altri al centro. Una foto verso l’esterno ci fa comprendere che siamo all’interno del paesaggio dell’automobile. I solai si raccordano, pur funzionando ad albero, tutto è a sbalzo,
Mercede Benz Museum, interno rampa
Van Berkel “io guardo molto a Riccardo Morandi” l’ingegneria degli anni ’50, Morandi, Nervi, Musmeci. Questo progetto fonde 2 aspetti: struttura (ingegneria) e organizzazione (architettura). In Italia bisogna stare dentro le leggi, mentre il diagramma và fuori le leggi e entra a livello spaziale. STRUTTURA E SPAZIO SONO UN’UNICA COSA. Il “twist”, sezione trasversale, spazio e struttura sono fusi in un’unica cosa. Non riguarda un fatto di linguaggio, ma nasce dal diagramma, non nasce a priori, ma dall’ibridazione, grazie agli strumenti parametrici, il solaio è stato possibile controllarlo attraverso strumenti parametrici.

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