sabato 18 aprile 2015

Commento all'articolo del Professore Antonino Saggio, "La via dei simboli", in Coffee Break, dicembre 2000


Parlando della storia dell'architettura ci riferiamo sempre ai massimi esponenti che hanno caratterizzato un determinato periodo storico attraverso la continua ricerca con l'obiettivo di rispondere alle esigenze della società. In tal caso prendendo come riferimento gli anni '60, quando Jorn Utzon ha dato la sua risposta attraverso l'Hopera House di Sydeny, dobbiamo capire qual'è stata la spinta che lo ha indirizzato verso tale soluzione.
Il Professore Antonino Saggio la indica come data d'inizio di un nuovo periodo di simbolismo, venendo immediatamente dopo un periodo in cui l'obiettivo principale era dare una risposta all'enorme richiesta di abitazioni, a seguito dell'aumento demografico avvenuto all'incirca tra le due guerre mondiali.
Le Corbusier, Modulor, 1948-1955
Partirei riflettendo sul fatto che ogni cosa segue dei cicli, e probabilmente il ciclo della ricerca sull'Existenzinimum era terminato, e si affacciavano nuovi problemi a cui si doveva dare risposta. Per capire qual'è stata la forza scatenante la ricerca di Utzon che ha dato il là a questa nuova fase di simbolismo non possiamo dividere nettamente le fasi l'una dall'altro senza possibilità di paragone. Anzi, tutt'altro.
Secondo me è propio da ricercare nella precedente fase dell'Existenzminimum la causa che ha portato alla ricerca di questo nuovo simbolismo. Infatti la risposta data durante le Guerre fu quella di costruire edifici in serie garantendo la massima diffusione in ogni angolo dei paesi più avanzati. Purtroppo però in ogni azione c'è sempre qualche aspetto che si trascura e che viene a galla col tempo. Infatti questa decisone di "costruire all'infinito" ha portato con se la creazione di spazi tutti uguali, in cui si fa fatica a distinguere, ad esempio, un luogo che si trovi in Germania da uno in Italia. Utilizzando un aggettivo caro a Marx e Engels potremmo dire, a posteriori, che il risultato è un luogo alienante. Perchè il cittadino non si riconosce più all'interno della sua città, non ha più bisogno di "una casa per tutti", risultato ormai acquisito quello della quantità.
Jorn Utzon, Opera Hose, Sydney, 1973
Bensì ora la richiesta che emerge dalla società è la ricerca della qualità. In questo senso di una volontà di identificarsi all'intenro del proprio spazio in cui vivere, si vuole essere rappresentati da qualcosa, ma non più dal potere di una monarchia o una dittatura, come era prima della prima guerra mondiale. Negli anni '60, gli stessi anni dei movimenti studenteschi, serviva una rappresentazione dell'intera collettività, di una città, di una nazione.Ecco allora che Utzon risponde a tutte queste pressioni, e lo fa per primo perchè bravo a comprendere in anticipo quali fossero le nuove richieste.
Ecco, a questo punto potremmo interrogarci chiedendoci: oggi ci troviamo in un periodo simile, di transizione, in cui un ciclo sta per finire (il simbolismo nato con Utzon) e siamo alle porte di un nuovo inizio di fase in cui le richieste sono cambiate ma non riusciamo a comprenderle?
La mia personale risposta è che la fase del simbolismo non è ancora finita ma ha ancora qualcosa da dare. Semmai il problema è che negli anni si è un pò deviato il significato originario, prendendo la via delle Mega architetture. Invece le richieste più recenti arrivano da quelle che possiamo definire Micro architetture, negli spazi interstiziali, piccoli ma diffusi sul territorio. Bisogna cercare di andare a prendere anche quelle che sono le periferie, o comunque quelle zone spesso emarginate, e dare loro una risposta, e non più spingere verso una centralinizzazione.

Luca Poleggi

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